Gioco: in Cina si rischia la pena di morte
Mentre l’Italia si sta guadagnando il “bollino” di modello esemplare per la regolamentazione del mercato dei giochi, la situazione è molto più grave in altri paesi. A volte per interessi economici e questioni morali, come accade negli Stati Uniti, a volte perché prevalgono motivazione politiche e culturali, come in Cina, altre volte per questioni religiose, cosa accade in molti paesi islamici.
In Cina il severo divieto di stato è stato introdotto a mezzo consultazione del codice penale del 1997, che sancisce la pena di morte anche per corruzione e gioco d’azzardo. Nonostante la florida industria del gaming di Macao, che nell’ultimo trimestre 2009 ha raccolto 3,3 miliardi di dollari, chi viene trovato al tavolo verde ci rimette la pelle, per un reato considerato dal governo di Pechino alla stregua della ‘lesa podestà di stato’ o dello ‘schiavismo’.
Anche nei paesi islamici è prevista pena capitale per chi pratica gioco d’azzardo.
In Arabia Saudita, Afghanistan, Pakistan, Iran la legge è intransigente: omicidio, corruzione, blasfemia e gioco d’azzardo si pagano con la vita, con la tortura e con l’umiliazione in pubblica piazza. In nome della legge del taglione i condannati, prima di essere giustiziati, vengono frustati di fronte a figli e nipoti.
Anche in Indonesia sono stati provvedimenti estremamente eccessivi contro il gioco d’azzardo. La nuova legge islamica approvata all’unanimita’ nella provincia integralista di Aceh, è datata settembre 2009. Secondo il nuovo provvedimento della sharia, la pena e’ di 100 frustate per gioco d’azzardo e consumo d’alcool.
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